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Intervista al Manifesto,
gennaio 2007-05-23
Betty Williams, premio nobel per la pace
nel 1976, è in Italia in questi giorni per portare a
termine un progetto a cui lavora da qualche anno:
costruire in Basilicata, a Scanzano Jonico dove il
precedente governo aveva pensato di realizzare il
deposito europeo di scorie nucleari, una “città della
pace” per ospitare donne e bambini vittime delle
guerre. Nella testa di Betty, alcune stanze sono già
riservate a chi arriva sulle carrette del mare nel
centro di primo soccorso di Lampedusa, che definisce
senza fare una piega la “Guantanamo italiana”. Il
progetto prevede anche un’altra sede, il monastero di
Santa Maria D’Orsoleo nel comune di Sant’Arcangelo, che
è già stato formalmente consegnato al World Centers of
Compassion for Children, l’associazione fondata dal
premio nobel. E’ un po’ così, Betty Williams, una donna
energica che in questi trent’anni da ambasciatrice per
la pace non si è fermata un attimo: non può fare a meno
di dire pane al pane, merito o colpa, forse, del suo
essere autenticamente irlandese, figlia di madre
cattolica e padre protestante. E’ a Belfast che fonda il
movimento per la pace che unisce cattolici e
protestanti: racconta che quando bussava alle porte per
far firmare petizioni, la gente infine acconsentiva
soprattutto per paura della sua furia. Dice che fu
l’uccisione di tre bambini di cui fu testimone il 10
agosto del 1976, a far scattare la molla dentro di lei:
non più un generico odio per la violenza, ma la
consapevolezza che bisogna agire concretamente per
fermare le armi. E’ proprio delle guerre di oggi che
parliamo con Williams.
In questi giorni il parlamento italiano
dovrà decidere se rifinanziare la missione in
Afghanistan. Tutti, nell’attuale maggioranza di governo,
ritengono che quella fu una guerra sbagliata. Ma chi
sostiene la missione spiega che, ormai, sarebbe
altrettanto sbagliato abbandonare la popolazione civile.
Non
dovreste essere lì, come non dovreste essere in Iraq:
parliamo di Coalizione dei volenterosi (Coaltion of the
willing), invece sono la Coalizione degli assassini
(Coalition of the killing). L’Italia non dovrebbe
partecipare a queste guerre.
Ma non crede che la presenza di militari
possa rappresentare una sicurezza per gli afghani?
Non siete
i salvatori: è come nel nord Irlanda. Dicevamo: gli
unici che ci possono salvare siamo noi stessi. Le forze
esterne non conoscono la cultura locale, né come la
gente pensa, né cosa c’è sul terreno.
Chi resiste, però, viene spesso bollato
come terrorista. Pensa che nel contesto delle guerre
moderne, ad esempio in Iraq, è possibile che dalla
popolazione nasca un movimento per la pace, che utilizzi
metodi non violenti?
Purtroppo
no. Onestamente, non credo sia possibile: non
nell’immediato, intendo dire. Credo ci vorranno anni e
anni per ricostruire un tessuto civile in Iraq. Quello
che ha fatto Gorge Bush è gravissimo, io mi rifiuto di
chiamarlo presidente, per me è un criminale di guerra, e
credo che ciò che ha fatto debba essere portato davanti
al tribunale contro i crimini di guerra. L’attacco
all’Iraq si è basato su una colossale menzogna: c’era un
giovane americano, Scott Ritter, che per nove anni è
stato in Iraq, ha supervisionato per l’Onu al disarmo
iracheno durante la prima guerra del Golfo, conosceva la
cultura, conosceva la popolazione, coordinava i servizi
segreti, e ha detto all’amministrazione americana che
non c’erano armi di distruzione di massa in Iraq. La
Casa bianca ha prima tentato di distruggerlo, poi lo ha
rimpiazzato con Hans Blix, che però ha detto esattamente
la stessa cosa. Prima c’era l’odio contro Saddam
Hussein, ora c’è quello contro Gorge Bush e non c’è
alcun tipo di politica “pulita” che sta nascendo.
Lei ha sempre detto che chi può fare la
pace sono prima di tutto le donne.
Ed è quello che
continuo a pensare. Penso di essere diventata una
operatrice di pace il 10 agosto 1976, quando ho visto i
corpi di quei bambini uccisi a Belfast. Ero così
arrabbiata, ma così arrabbiata, che ho cominciato a
bussare a tutte le porte, dicendo alle donne che avremmo
dovuto marciare la domenica successiva. Lei crede ai
circoli? Io ci credo. La domenica successiva ho trovato
in piazza migliaia di donne, un mare di donne, che
marciavano una verso l’altra, un gruppo dal quartiere
dei cattolici, l’altro dal quartiere dei protestanti,
per ritrovarsi nel luogo in cui erano morti i bambini. I
militari erano esterrefatti. Ricorderò sempre una
giovane madre, avvicinata da un militare che voleva
farla spostare dalla strada: senza mai lasciare la
carrozzina, lo scacciò con un piede. Abbiamo preso a
vederci tutti i mercoledì. Ma il nostro non era soltanto
un impegno simbolico: manifestare per la pace. Se c’è
una cosa che ho imparato, è che lottare per la pace
significa far cambiare materialmente le cose. Non
possiamo togliere il fucile dalla mano di un ragazzo, e
rimpiazzarlo con un fiore. Bisogna metterci
qualcos’altro. Un lavoro, una prospettiva di vita
migliore. Io sono una non violenta, ma le dirò una cosa:
la non violenza è l’arma dei forti E’ solo le donne
hanno quel tipo di forza.
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